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Venerdì, 26 Febbraio 2021

Mario La Cava e Bovalino: la finestra su un paese che non c’è più

Della Bovalino che conosceva e aveva scelto di raccontare era rimasto solo il mare. E anche quello minacciavano di portargli via dagli occhi. Negli ultimi anni Mario La Cava - vecchio, mezzo paralizzato da un ictus e con parole ormai Della Bovalino che conosceva e aveva scelto di raccontare era rimasto solo il mare. E anche quello minacciavano di portargli via dagli occhi. Negli ultimi anni Mario La Cava - vecchio, mezzo paralizzato da un ictus e con parole ormai storte in bocca -

Mario La Cava è nato a Bovalino 11 settembre 1908 e nel piccolo centro della Locride muore il 16 novembre 1988. Il padre Rocco era un maestro. La madre, Marianna Procopio, dimostrerà un grande talento narrativo: i suoi Diari saranno pubblicati nel 1938 grazie all’impegno del figlio (ritratti di famiglia in casa La Cava, nella foto più grande lo scrittore).


temeva di piazzarsi come ogni giorno al tavolino dello studio, davanti al balcone in faccia allo Jonio, e di sbattere con lo sguardo contro i pilastri di un palazzone. Quelli del suo paese progettavano di vendersi pure la spiaggia, dopo essersi venduti l’anima. Lui a Bovalino, invece, l’anima l’aveva regalata, e per tutta la vita gli era toccato di dover spiegare e rispiegare, quasi giustificandosi, il perché. Non che avesse mai sofferto privazioni: c’erano pianoforte, ritratti di antenati alle pareti e affreschi ai soffitti nella casa patronale in cui nasce nel settembre 1908. E c’erano libri. Il padre Rocco è un maestro. Marianna Procopio, la madre, ha invece portato in dote alla famiglia illustre parentado, proprietà in campagna e la grazia di un talento naturale per il racconto. Un privilegiato, insomma, Mario La Cava che cresce timido e di poche parole mentre la marina di Bovalino, sempre più indifferente al vecchio centro storico in collina, sisviluppa chiassosa e solare distendendosi lungo la linea ferroviaria, tra la spiaggia di sabbia fina e una campagna di fichidindia e calanchi. Arrivato nel 1871 tra sbuffi e applausi, il primo treno alla stazione ha aperto la strada a gente che viene da lontano, forestieri che si innamorano di quel pezzo di terra della Locride, commercianti campani e siciliani che investono soldi, idee e impegno: spuntano alberghi, lidi, perfino qualche fabbrica, e su corso Umberto I, dove c’è casa La Cava,si affastellano le insegne di negozi e bar. E poi c’è il mare. Estate o inverno non fa differenza, per Mario ogni giornata di sole è buona per passare dal balcone di casa alla spiaggia, e in acqua. E dall’acqua guardare il paese che cresce, e tutta la campagna dietro, e immaginarsi mille storie da raccontare. Perché il ragazzo di poche parole è cresciuto, e le parole comincia a cercarle, assaporarle e catturarle su carta, sotto lo sguardo contrariato del padre, consapevole che della rendita delle terre presto non si potrà più campare, e il fondamentale incoraggiamento del professore Ernesto Bonaiuti, conosciuto in casa dello zio medico e umanista Francesco La Cava.

Interno di casa La Cava a Bovalino e pergamena della laurea in Giurisprudenza conseguita dallo scrittore nel 1931 a Siena. Dopo gli studi universitari La Cava scelse di dedicarsi totalmente alla scrittura e di vivere a Bovalino.


La parola è forse l’essenza dell’esistenza. Noi siamo quello che diciamo. Ecco, perché ho grandissima stima dei nostri contadini perché le loro parole sono poche, meditate ma pesanti come macigni o leggere come gabbiani, a seconda che a determinarla sia una negatività o una positività” (S.G.Santagata, L’ultima intervista a Mario La Cava, Calabria, dicembre 1988).
La parola si fa spazio tra le remore di La Cava e vince. La pergamena della laurea in Giurisprudenza conseguita nel 1931 a Siena, dopo aver deragliato dagli studi di Medicina a Roma, viene appesa con tutti gli onori nella libreria di casa, dove tuttora campeggia. Ma quella decorativa resterà la sua sola funzione, al pari del titolo di avvocato con cui a Bovalino verrà indicato fino alla fine dei suoi giorni. Perché cosa facesse davvero, il figlio di Rocco La Cava e Marianna Procopio, i compaesani non lo comprenderanno mai. “Non credo pensassero fosse un nullafacente, ma di certo un po’ pazzo sì”, sorride oggi Rocco La Cava, il figlio dello scrittore rimasto ad abitare, con la madre ed una delle tre sorelle, nella grande casa di famiglia. Un’“incomprensione”, quella patita scegliendo di vivere a Bovalino, che l’avvocato giudicava “una grande scuola di vita”: “Niente è più nocivo allo scrittore che credere reale il mondo sofisticato dei salotti culturali”. In ogni caso, la questione – rimanere o partire – era stata sbrigata rapidamente e, all’apparenza, senza troppi rimorsi: restare, con tutte le conseguenze del caso, era stata una necessità “motivata dal fine di scrivere meglio che sia possibile”. Dove il “meglio” era una preoccupazione esclusivamente etica, augurandosi l’allora ventiquattrenne Mario La Cava di riuscire a “vivere la sofferenza altrui come la propria, accettare la vita così com’è nell’apparenza, senza negare nulla, ammettendo tutto come possibile (…)” (lettera a Ugo Ricci,22 gennaio 1932). Bovalino, dunque, è la finestra da cui ha scelto di guardare il mondo e non è certo la sua dimensione, o latitudine, a limitarne la profondità dello sguardo. Dietro lenti tonde e spesse, infatti, l’avvocato ha occhi che arpionano, in una pesca paziente e con un sorriso benevolo, uomini, donne, vecchi, bambini, animali; tutti i volti di un mondo umile alla prese con una vita che è mistero e sventura. La passeggiata lungo corso Umberto, il rito dellechiacchiere dall’amico barbiere Mario Camera, compagno di arguzie, le fughe in spiaggia e le ore in biblioteca alimentano, al tavolo dello studio, fiumi di parole da leggere a voce alta in cerca di un parere, e poi arginare in racconti, romanzi, opere teatrali (tra gli altri: Caratteri, 1939; Colloqui con Antoniuzza, 1954; Le memorie del vecchio maresciallo, 1958; Mimì Cafiero, 1959; Vita di Stefano, 1962; I fatti di Casignana, 1974). “Ricordo bene quando con i fogli in mano leggeva qualcosa a mia madre e chiedeva “Che ne pensi, Maria? Ti piace?”. Mia madre non aveva studiato come lui, e forse per questo ci teneva al suo giudizio: voleva essere capito dalle persone semplici”.

Nella foto, il fotografo Lollò Cartisano, sequestrato a Bovalino il 22 luglio 1993 e morto durante la prigionia. E’ il diciottesimo e ultimo sequestro compiuto dalla ‘ndrangheta a Bovalino.


Lo sfogo intellettuale e i progetti culturali, invece, li riserva ai carteggi con gli amici di “ventura” (Fortunato Seminara, Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo, etc.), come il resoconto, spesso deluso, dei tanti viaggi intrapresi alla ricerca di una casa editrice, di un nuovo contratto di collaborazione, di una storia da farsi pubblicare dai giornali del Nord per i quali lavora da corrispondente. Un impegno affannoso diventato, con il crollo della rendita dei fondi in campagna e la nascita dei quattro figli, sempre più carico di preoccupazioni.
Tante cose, nel mondo dello scrittore, stanno cambiando in maniera dolorosa: Bovalino, per esempio, dagli anni Settanta comincia a sparirgli davanti agli occhi. Se la stanno mangiando pezzo dopo pezzo quelli venuti dalla montagna, da San Luca e Platì, investendo in case e negozi soldi che puzzano di ‘ndrangheta e sequestri. Una “conquista” per niente indolore: il 30 ottobre 1979 dal paese di Mario La Cava si sono portati via Alfredo Battaglia. E’ il figlio di un gioielliere, trascorrerà in mano dei suoi rapitori 115 giorni e ha 13 anni. Dalla montagna comincia a soffiare un vento che fa paura e che travolge tutto: 18 sequestri, commercianti e imprenditori in fuga, negozi chiusi. E sul vuoto di chi è scappato, mettono la bandiera i nuovi arrivati. Nel 1993, quando tocca ad Adolfo Cartisano che fa il fotografo, è conosciuto da tutti come Lollò, e indietro non tornerà mai, Mario La Cava è morto da 5 anni. Ma aveva già visto abbastanza per dire che “questo paese è come se non esiste. V’è rimasto ben poco. Qui, ormai, comandano i sanluchesi ed i platioti che si sono impadroniti di tutte le attività commerciali ed economiche. I bovalinesi sono rimasti a guardare dando l’ultima prova dell’assoluta mancanza di carattere” (S.G.Santagata, cit.). Ce l’ha soprattutto i politici e gli amministratori locali, lo scrittore, ritenuti colpevoli di avere aperto le porte del paese concedendo spazio a speculazioni edilizie e investimenti sospetti. Pure la spiaggia erano pronti ad appaltare. “E’ stato la loro cattiva coscienza, forse è per questo che Bovalino ha completamente dimenticato mio padre”, allarga le braccia Rocco, animatore con il resto della famiglia del “Caffè Letterario Mario La Cava”, aperto su quello stesso corso Umberto I dove lo scrittore amava passeggiare in cerca di storie e oggi c’è chi non ne conosce il nome. D’altronde, non c’è via o piazza del paese che lo ricordi. Unico segno di attenzione, la piccola biblioteca comunale “Mario La Cava”. E una sola consolazione: le stanze della grande casa, che conserva molti inediti in attesa di segnali di interesse dal mondo culturale, ancora illuminate dalla vista del mare.